Tuesday 9 june 2009 2 09 /06 /Giu /2009 19:21
Finalmente la prova scientifica dell’esistenza di Dio.
All'Angelus del 7 giugno, il Papa: «Una traccia della Trinità è nel genoma di ogni uomo»


Cito da un articolo, con firma sconosciuta, del Corriere, importante quotidiano nazionale.
(Commenti in corsivo)

ROMA - Raffinata riflessione teologica di Benedetto XVI con ricorso a un'analogia che attinge al linguaggio della scienza biologica prima dell'Angelus di domenica 7 giugno.
Esistono riflessioni raffinate (come lo zucchero o come una cravatta). Ovviamente, ne esisteranno anche di grezze ed ancora piene di scarti. Da mondare, come il riso.
Ma procediamo con la lettura.
    «La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perchè viviamo per amare ed essere amati» ha detto il pontefice prima di intonare l'Angelus.
Personalmente credo che si potrebbero trovare degli eufemismi aulici e garbati, in sintonia con questa squallida “società della forma”, ma il contenuto di stupidità, racchiuso in questa frase, ne uscirebbe invariato.
Forse, prima di mettersi a cantare, il Santo Padre, per schiarirsi la voce, si era anche fatto un abbondante “cicchetto”.
Ora, che la Chiesa, nelle sue figure più rappresentative, distribuisca amore, è un dato di fatto innegabile. Lo si sa, da Boston al Brasile, dall’Irlanda all’India, da Polo a Polo, da meridiano ad antimeridiano, l’amore, soprattutto per i bambini, è una caratteristica che contraddistingue la Chiesa Cattolica.
Un amore delicato, come la pelle dei bimbi, soffuso, come i gemiti dei bimbi, silenzioso, come un segreto, sepolto nel cuore, che urla di dolore, ma che pochi riescono ad ascoltare.
È anche vero che questo amore rende felici.
Basta vedere le facce beate, quasi serene, nella loro ebete apatia, dei preto-pedofili, mentre vengono contestati loro, quei crimini aberranti, che farebbero desiderare a chiunque di scavarsi con le unghie una fossa e di seppellirvicisi. Volti sereni, non perché certi dell’impunità, sicuro appannaggio dei loro crimini, ma perché certi che, come dice il Papa:
“ Solo l'amore ci rende felici, perchè viviamo per amare ed essere amati»
    Subito dopo, Benedetto XVI, facendo cascare dai loro scranni tutti i colleghi del professor Dulbecco, ha aggiunto: «Usando un'analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l'essere umano porta nel proprio "genoma" la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore».
Credo che la rivista “Science”, a questo punto, debba dare più spazio alle scoperte scientifiche dei ricercatori vaticani, i quali tentano di sostituire la struttura “ad elica” del DNA, con quella “a croce”.
Più avanti, nel delirio mistico-scientifico, il Santo Padre aggiunge: «Quest'oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l'ha fatta conoscere Gesù: Egli ci ha rivelato che Dio è amore non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza; è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale». «Tre Persone - ha concluso - che sono un solo Dio perchè il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno».
Nonostante io sia fortemente convinto che la teologia sia “una branca dell’ignoranza umana”,  mi stupisco sempre e trovo disgustoso il vilipendio operato nei confronti della parola, usata “per non dire nulla”. Parlare senza dire; ecco il segreto del potere.
Continuando nell’esposizione delle tesi scientifiche vaticane, il Papa finisce per toccare una corda più intimista, facendoci sapere (per chi avesse qualche dubbio) che “Dio non vive in splendida solitudine”.
Devo dire che, quest’ultima affermazione, mi rincuora, perché temevo, vedendo come sta andando il mondo, che l’autore di “questa casino” si fosse nascosto, ritirato, per l’appunto, in solitudine. Anche se una solitudine abbastanza relativa, visto che tutti i santi mica si possono sfrattare e rimandare un’altra volta quaggiù, a farsi sbranare dai pochi leoni rimasti, o scorticare, o infilzare come spiedini o arrostire come conigli.
Penso che ci bastino quei trentamila “piccoli santi colorati” che ogni giorno, non certo volontariamente, abbandonano questa nostra “palla rotante”,  immolati, dal moderno imperialismo, all’amore di un Dio
“...che è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito e eterno, fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica”.
E che, soprattutto, non tollera alcun metodo contraccettivo
Infine, il Papa, tirando in causa i discepoli di quel tale Galileo, che riuscì a non perdere la ghirba per il rotto della cuffia, decantando ancora le delizie dell’amore divino, conclude: «Lo possiamo in qualche misura intuire, osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è impresso il "nome" della Santissima Trinità, perchè tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà».
Contrariamente a Sua Santità, io ho grande consapevolezza della mia ignoranza ed è sicuramente addebitabile ad essa (ed anche ad una forte miopia) il fatto che non fossi mai riuscito a leggere tale nome sugli atomi, le cellule e le galassie.
Però, nonostante la mia ignoranza, il nome di Dio l’ho letto in molti casi. L’ho letto su tantissime delle tragedie umane, sulle guerre, sulle deportazioni, sugli stermini, sugli omicidi e le torture, sui roghi e le lapidazioni, sugli stupri, sul tradimento, sul terrore, sulla fame e sul dolore. Immenso e incancellabile. Quello sì, l’ho sempre letto chiaramente.
Di Odisseo
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Tuesday 12 may 2009 2 12 /05 /Mag /2009 09:57

    La vita è lunga. Almeno, così a me pare.
So, comunque, che tutto è relativo ed anche il tempo, per gli umani, ha durate che devono essere messe in relazione a ciò che si fa di esso. Quanto è lunga un’ora trascorsa facendo cose piacevolissime e quanto lo è un’ora trascorsa nel tedio e nella noia. Qualcuno potrebbe azzardare che dura, invariabilmente, sessanta minuti, ma mostrerebbe di non aver compreso l’essenza dell’argomento.
Certo, la nostra percezione del trascorrere del tempo è fondamentale ed è per la soggettività di questa sensazione che mi permetto di dire che, per quanto mi riguarda, la vita è lunga. Addirittura, rischiando di alienarmi ogni minima simpatia, potrei dire che è troppo lunga.
Lo dico, pur con la consapevolezza di avere vissuto una vita, nella quale s
ono riuscito ad esaudire il mio principale desiderio: nascere prima di morire. Ma, questa è un’altra storia e non è da raccontare.
    Ho avuto amici, compagni dei giochi d’infanzia, morti molto presto. Loro non possono sapere e non sono in condizione di apprezzare il fatto che non saranno costretti a rivedere i corsi e ricorsi, di vichiana memoria, che oramai si rincorrono con insistente e ravvicinata periodicità, in questo nostro minuscolo “angolo” di universo; breve e fugace istante, dalle tronfie ed arroganti proporzioni galattiche.
Vorrei essere meno oscuro, ma le sensazioni, in quanto tali, non hanno tutta l’evidenza delle prove scientifiche e su di esse non si può impiantare una sorta di dimostrazione tecnica. Eppoi, esiste una sorta di ritrosia della negazione, vale a dire, quella voglia intensa che ciò che ci appare così evidente, non sia oggettivamente vero.
Illusioni consolatorie a cui l’uomo ha cercato l’accesso, fin dai primordi, come ad un oppiaceo tranquillizzante.
Il mondo continua ad essere fonte di dolore. L’arroganza, la cattiveria, la ferocia, la stupidità diffusa, l’egoismo, l’ingordigia di un potere crapulone e corrotto, a cui non riesce a fare baluardo una minoranza di essere pensanti che, tra le loro peculiarità, hanno anche quella di disprezzare il potere e le sue perverse manifestazioni.
Osservando, come ho sempre fatto, il mondo e me stesso, mi sono reso conto che esiste una sinusoide, un’onda regolare e periodica che ne descrive l’esistenza, in un’alternanza di cicli ricorrenti, sia per il macro come per il microcosmo. Voglio dire che il mio respiro, tanto per banalizzare il concetto, riproduce, in forma enormemente più piccola, l’espansione e la contrazione dell’universo. Una sinusoide che si inscrive in un’altro grafico: una curva discendente. Direi una parabola. La quale, a sua volta si inscrive in un altro grafico, di cui però perdiamo l’immagine, via via che aumentano le dimensioni di esso.
Perché vado ad impegolarmi in una dissertazione di così vasta portata, anche estranea alle mie modeste conoscenze, quando, in verità, voglio parlare della mia chitarra?

    La mia chitarra ha accompagnato una parte considerevole ed importantissima della mia vita, da quando l’acquistai, in un negozio di strumenti di Valencia, nel lontano 1968.
È una bella chitarra, che io ho maltrattato, portandola in giro per il mondo e facendo vivere anche a lei i malesseri dell’esistenza.
Molta acqua è passata da allora sotto i ponti della mia vita. Molta l’ho vista scorrere. In molta altra mi ci sono bagnato, ho nuotato, sono rimasto a galla, l’ho bevuta, mi ci sono ristorato, ho rischiato di annegare. Insomma, ho vissuto ed ho tratto a riva sia rimorsi che rimpianti, evitando banali inventari da fine gestione.
Ma, la mia chitarra, da un certo punto in poi, non era più con me.
Il tempo, inesorabilmente troppo stretto, gli impegni, gli studi, le ricerche
, i viaggi, la tensione del vivere quotidiano, la famiglia, gli allievi, l’arte, un caleidoscopio di eventi, non offriva più possibilità alla mia cara amica, nata dal sacrificio di un albero. Eppoi non era più tempo di Bob Dylan e di protesta, i problemi, gli altri esseri umani dovevano sbrogliarseli da sé, come io mi impegnavo a risolvere i miei. Don Chisciotte era il prodotto della vigorosa fantasia di un uomo che, nella realtà, era diventato monco perchè andato in guerra. E non c’è cosa meno cavalleresca della guerra.
La mia chitarra, forse, con l’anima antica e profonda di un abete, capiva e, riposando paziente, attendeva il mio ritorno.
Con lei avevo vissuto molte nottate con gli amici, a suonare, bere vino e a discutere di quale fosse il modo migliore per salvare il mondo, per sconfiggere l’egoismo, l’ignoranza, la cattiveria, la ferocia, l’insensatezza della guerra.
E poi c’era l’imperialismo americano, così evidente e grossolano, nella sua devastante potenza distruttiva, contro cui lottare. Quello russo e cinese, più subdolo e raffinato, risultava semioccultato ai nostri occhi, anche grazie ad una benevolenza di cui molti di noi hanno fatto ammenda da tempo.
    Sembrava, ad un certo punto, che il mondo desse timide avvisaglie di miglioramento. Anche la nostra piccola e ignorante Italietta, pareva assumere aspetto e comportamenti, che potevano preludere ad un miglioramento dei costumi.
La Democrazia Cristiana, clientelare e corrotta, sembrava perdere parte di quel suo potere mafioso e complice di nefandezze. La metastasi clericale, sembrava essersi arrestata e la Chiesa pareva assumere connotati meno invasivi nella nostra quotidianità.
I referendum ci avevano regalato l’illusione di contare di più e che si potesse crescere, alla luce di un’etica sentita e condivisa. Più nella luce della democrazia che nell’om
bra della morale vaticana.
    “Ahi, serva Italia di dolore ostello,
    Non donna di provincie ma bordello.”
I poeti, da sempre, vedono lontano. Anche ciò che ai normali esseri umani è precluso alla vista.
    A più di quarant’anni dall’acquisto della mia chitarra, dopo che tanta acqua è passata anche sotto i ponti della nostra Italia, ho sentito risorgere in me il desiderio di ritrovare il conforto delle sue note. Ora che le acque che scorrono sotto gli innumerevoli ponti della nostra nazione assumono tonalità di colore sempre più cupe. Acque che si sono tinte del colore del sangue, il sangue dei martiri e degli eroi. Tra di loro, le vittime delle stragi, impunite ed impudiche, nella loro oscenità. Stragi di stato, stragi di mafia, di camorra, ndrangheta, di potere, sempre meno occulto, sempre più devoto e scaltro. Stragi che non hanno colpevole e che, per un perverso e tragico sillogismo, non dovrebbero avere vittime. Stragi che ci vedono tutti complici, forse involontari, inconsapevoli, ma pur sempre complici.
Acque che hanno visto corpi appesi, vittime sacrificali di un funesto demiur
go, o che, filtrate attraverso del buon caffè, hanno zittito voci indiscrete. Acque che hanno trasportato la solitudine di Falcone, Borsellino, Chinnici ed altri, mantenuti nel turbinare dei gorghi fino allo sfinimento suicida. Acque che vedono veleggiare, ricchi, felici e sereni, personaggi che, vomitati da un’improvvida natura sul suolo di questa disperata penisola, hanno costruito le loro immense fortune sul dolore, sulla malattia, sulla sofferenza e sulla morte. Sull’ignoranza; di andata, di ritorno e quella stanziale. Che giocano, oggi, con la morte degli altri, difendendone a spada tratta il diritto ad una vita vegetativa, assurda ed ignobile, nel suo non cercato martirio.

    Oggi che il dolore e la nausea che portano con sé queste acque, diventate nere come la pece, nere come le camice che indossavano le ronde dei tempi andati, (non quelle Maronite, bensì le Benite), nere come pochi potevano credere che sarebbero mai tornate ad essere, oggi ho cambiato le corde della mia chitarra, le ho accordate ed ho cominciato con i primi accordi, sollecitando la mia memoria, ancora ottima, nonostante gli anni.
E, mentre sfioro le corde, penso.
Penso a come abbiamo potuto volgere la faccia da un’altra parte e non vedere. Come abbiamo potuto abbassare lo sguardo, sperando che la realtà, non vista, divenisse inesistente. Come abbiamo potuto permettere che, come un liquame affiorante dal sottosuolo, sorgesse questa classe politica e che ad essa avremmo affidato la nostra vita futura, mi a
uguro non lunghissima, e quella, ancora più cara e che non ci appartiene, delle generazioni future.
Ad esse faremo pagare l’esorbitante prezzo del nostro fallimento.
    Inorridisco al pensiero della schiera di personaggi, connubio tra commedia dell’arte ed avanspettacolo, che stanno governando una nazione che, anche geograficamente, si propone come uno scherzo della natura, col suo stivale immerso in una palude.
Penso al delirio della squallida rappresentazione offerta dai nostri governanti, ma, al contempo, provo immensa pena anche per il pubblico, che ignaro degli sviluppi della trama, prova il prepotente desiderio di partecipare al banchetto, di prendere parte alla rappresentazione onnivora di questo Tito Andronico, nel quale vengono divorate le carni dei propri figli. Un banchetto nel quale, ognuno arraffa ciò che può, inconsapevole vittima e carnefice al contempo.
La mia mano scivola sulle corde. La minore; è un accordo semplice. Me lo ricordo bene.

    Penso ad Arlecchino; a Pantalone. Penso alle soubrettine tutte gonfiate di silicone. Vedo tette, culi e labbra gonfie. Vedo lo scatolone che mi riversa merda in casa, senza che io riesca ad arginarla. In una sorta di rappresentazione surrealista, vedo Antonin Artaud, seduto sulla mia televisione spenta, che defeca. Penso a Manzoni; alla sua merda; a quanto vale. E penso a quanto ci costa quella con cui Berlusconi ci sta sommergendo, con i suoi c
anali.
Canali, tanti canali, Uno, Due, Cinque, Dieci: ma tutti pieni di merda.
Stringo la mia chitarra; anche il mi minore è un accordo semplice. Viene bene.
Ma le soubrettine mi fanno anche tenerezza. Provo imbarazzo e un po’ di pena per le loro umilianti performances. Le vedo inginocchiate, leggermente chine di fronte al Grande Satiro, abboccare un ministero, succhiare un sottosegretariato, leccare un posto al Parlamento Europeo. Se “Parigi val bene una messa”, perché un Ministero non puo valere una fellatio. E se, in Albione, Riccardo III grida “Il mio regno per un cavallo”, Silvio I può ben sussurrare “Un Ministero per ... Bocchino”.
Il mio pensiero è contaminato. Si sta facendo gretto e triviale. Devo purificarlo dissetandomi ad altre fonti.
Miguel de Unamuno, mi torna alla mente.

    Un giorno, un eternità fa, in una città lontana (per i tempi di allora), entrai in un negozio di dischi e la mia attenzione fu indirizzata subito su un 45 giri. Sul retro riportava, in francese, una frase che il filosofo spagnolo aveva dedicato al Cavaliere dalla triste figura; Don Chisciotte della Mancia. Essa mi impressionò non poco. Diceva:
    “  ... Tu mi domandi, mio buon amico, se conosco il modo di trasmettere il delirio, la vertigine, una follia qualunque, a queste moltitudini che nascono, mangiano, dormono, si riproducono e muoiono nell’ordine e nella tranquillità?
    ... Quale follia collettiva, quale delirio possiamo noi trasmet
tere a questa povera moltitudine? Ebbene, io credo che potremmo lanciarci in una nuova santa crociata, per liberare il sepolcro di Don Chisciotte, che è nelle mani di preti, di barbieri, di duchi e di canonici. Io credo che dovremmo andare a riconquistarla, questa tomba del Cavaliere della Follia, e strapparla ai Signori della Ragione“.

    Tre accordi, malinconici, si susseguono sulla mia chitarra e la mia voce, irrochita dalla commozione (gli anziani si commuovono facilmente), intona un canto. E un testo di Carlos Puebla sorge come un’alba e mi pervade. Faccio fatica. Sono travolto dall’emozione: Hasta siempre Comandante.
La copertina del disco comperato in Champs Elisée in quel giorno di giugno, riportava un volto, dal sorriso malinconico e pieno di speranza.
Perdona fratello il mio spirito incupito.
Sono triste.
La vita, in fondo, è troppo lunga.
Hasta siempre Ernesto.
Me faltas mucho.
Di Giorgio
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